ASD GSO Pallavolo Varallo Pombia-Home-ASD GSO Pallavolo Varallo Pombia

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Ciao a tutti... la.palestra di Varallo Pombia sarà disponibile,dopo sanificazione a cura di azienda specializzata,a partire dalla prima settimana di ottobre.
La data esatta ci sarà comunicata a breve dal comune. I corsi sono aperti per i nati dal 2015 al 2008,sia femmine che maschi.
I giorni degli allenamenti saranno martedì e giovedì indicativamente dalle 17:30 alle 19.
Per ulteriori informazioni potete chiamare:
SUSI  3400532933
GIULIA  3466194928
ROBERTA 3470562444
CINZIA  3482864230
Non si fermano le allieve CSI, vittoria in rimonta per la prima divisione femminile contro Arona. Ko per la squadra maschile e per l'under 14.
24 Dicembre 2019
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Ready? Go!!!!
E dopo tanto tempo finalmente abbiamo ripreso gli allenamenti in vista della stagione sportiva 2020/2021. Sarà una stagione piena di incognite dovute all'applicazione di protocolli anti-covid, necessari ma allo stesso tempo tutti da interpretare. Al momento gli allenamenti sono ripresi sul campo esterno ma si spera di poter disporre al più presto della palestra.
SIAMO PRONTI!

Il Consiglio Direttivo di GSO VARALLO POMBIA ha dato incarico a Corrado Asperi come Direttore Tecnico e Sportivo per la stagione sportiva 2020/2021. Compito gravoso, visto il particolare momento storico. Corrado ha però maturato esperienze sportive e lavorative tali da essere la persona giusta a cui affidarsi in momenti come questi.
La pallavolo non chiude. E’ il momento del coraggio
di Gian Luca Pasini
In questi giorni si sente spesso ripetere da diversi dirigenti: la pallavolo chiude. Ritornelli che vengono minacciati a più riprese da coloro che non trovano certezze nel presente e poche risposte dai politici. Ma la definizione così come è posta lascia qualche perplessità.
Può chiudere una società, due, anche 50 o 100. Può chiudere una Lega, ma può chiudere uno sport con 350 mila (circa) tesserati?
Dietro questi tesserati ci stanno migliaia di famiglie, ci stanno lavoratori, appassionati, giovani, vecchi, curiosi, giornalisti, arbitri, giocatori, allenatori, dirigenti. Gente che sulla pallavolo ha costruito una vita e relazioni. Può tutto questo chiudere anche in un momento di grande confusione e incertezza?

Cattura
La risposta semplice e ineluttabile è una sola: no. Non può chiudere. Il momento è difficile e delicatissimo. Non sono in ballo solo partite, scudetti e campionati, c’è in ballo molto di più. Ci sono in ballo (appunto) famiglie, destini, mutui, speranze. Insomma la vita di migliaia e migliaia di persone che aspettano un segnale. Credo pochissimo nell’assistenzialismo e tantissimo nella forza d’animo, nella forza di resistere, nella resilienza alle difficoltà. Adesso e per i prossimi mesi è il momento del coraggio. Tutti (a cominciare da chi ha potere e il potere) devono fare la loro parte per andare oltre. E mettere in pratica la ripartenza oltre che la convivenza con un nuovo avversario. Qualcuno se ne andrà, ma molti altri resteranno e come in passato troveranno il modo di superare le difficoltà.
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Diffondiamo anche noi le parole forti di 
Mauro Berruto, ex ct della Nazionale di pallavolo maschile, riguardo a cosa rischia di succedere al mondo dello sport dilettantistico questo autunno. Buona lettura. 

Nel nostro Paese, per ragioni che non starò qui ad elencare, il mondo della scuola dal secondo dopoguerra ha abdicato al compito di diffusione della pratica sportiva, che a me piace chiamare cultura del movimento. Questo enorme missione è stata raccolta da una capillare rete di associazioni sportive che, Dio le benedica, hanno tenuto in piedi un modello appoggiato su tre colonne portanti:

1. Il finanziamento, spesso in forma di mecenatismo, da parte della media/piccola (o piccolissima) impresa. Denaro privato, dunque.
2. Le famiglie che, pagando quote associative, hanno investito sul futuro dei propri figli credendo nello sport come scuola di inclusione, salute, fatica, rispetto delle regole.
3. L’utilizzo di impianti, nella stragrande maggioranza le palestre delle scuole, in un percorso clamorosamente a ostacoli fra dirigenti scolastici che talvolta gestiscono un bene pubblico come se fosse privato, custodi ostativi e impianti non all’altezza. Un modello feudale, diciamo così.

Poi c’è una quarta, gigantesca, colonna portante. Quella del volontariato: un esercito di dirigenti, accompagnatori e addetti alla logistica, ma all’occorrenza anche un po’ arbitri, autisti, refertisti, tecnici, psicologi, massaggiatori, tifosi. Chi vive il mondo dello sport di base sa esattamente a cosa mi riferisco.

Ho avuto la fortuna di crescere nello sport più di base che si possa immaginare, in Borgo San Paolo a Torino, e poi il privilegio di essere arrivato al sogno più grande che potessi sognare: allenare la squadra nazionale del mio Paese vincendo una medaglia olimpica, a Londra nel 2012.

Proprio per questo sento il dovere di urlare che fra 6-8 settimane sul nostro sport precipiterà un meteorite. Succederà qualcosa di mai visto prima.

Quelle tre colonne portanti stanno per implodere: la medio-piccola-piccolissima impresa dovrà occuparsi della propria esistenza in vita, le famiglie vedranno ridursi la propria disponibilità economica e, lo sappiamo tutti, saranno costrette a eliminare voci di spesa (ahimè, sappiamo anche questo, lo sport sarà la prima cosa a saltare) e, infine, si aprirà un gigantesco problema relativo all’utilizzo delle palestre.

I dirigenti scolastici le utilizzeranno per altri scopi didattici? Quante ragazze e ragazzi potranno entrarci? Chi si occuperà dei processi di sanificazione? Insomma: saremo di fronte al più gigantesco sfratto della storia dello sport del Paese.

Quando arriva un meteorite ci si può comportare in tre modi: non rendersene conto (come successe ai dinosauri, il finale lo conoscete), terrorizzarsi (e quando si ha paura, è umano, si cerca prima di tutto di mettere in salvo se stessi) oppure, me lo hanno insegnato le mie squadre, si possono mettere insieme creatività e intelligenza collettiva. Occorre unirsi, trovare soluzione comuni e mettere a sistema competenze. Nessuno si salva da solo: se non l’abbiamo imparato negli ultimi mesi… che cosa altro deve succedere?

Le soluzioni passeranno necessariamente attraverso la capacità di quel meraviglioso e pacifico esercito di cittadini (non solo i praticanti, ma tutti quei volontari di cui ho scritto) di chiedere, insieme e a gran voce, a questo Paese di considerare la cultura del movimento come un bene pubblico! Sì, un bene pubblico! Per mille ragioni che chi ama lo sport conosce, ma soprattutto per una, molto concreta: la cultura del movimento è il più straordinario generatore di risparmio per il Sistema Sanitario Nazionale. Mi sono stufato di partecipare a convegni o di mostrare migliaia di pagine di letteratura scientifica, che testimoniano che un euro investito in cultura del movimento ne fa risparmiare quattro, a distanza di cinque anni, alla pubblica amministrazione. Un euro investito, quattro risparmiati per esempio nella lotta a quelle pandemie, dallo storytelling meno affascinante, come le malattie cardiovascolari o il diabete. Un euro investito, quattro risparmiati, senza contare il valore aggiunto in termini di prevenzione, inclusione, minori ospedalizzazioni e assenza sul posto di lavoro, qualità della vita.

Io non voglio più fare questi calcoli. Vorrei invece un Paese che metta la cultura del movimento al centro delle proprie politiche, pensandola come un diritto/dovere civico, nel modo più democratico e ampio, per bambini, adolescenti, adulti, anziani, donne, uomini e con un’attenzione particolare alla disabilità.

Come fare, considerato che la parola sport non è scritta nella nostra Costituzione? Abbiamo visto arrivare dei bonus (vacanze, biciclette), ovvero assegni da spendere per rimettere in moto alcune micro-economie. Perché non pensare a un bonus, a settembre, da mettere a disposizione delle famiglie (quelle che ne hanno bisogno) da poter spendere per la pratica sportiva? Quell’assegno, mai come in questo caso, sarebbe un investimento capace di restituere alla pubblica amministrazione, dopo cinque anni, il suo valore moltiplicato per quattro. Non è un’opinione, è una certezza. Così come è una certezza la necessità di identificare incentivi fiscali per chiunque intenderà (o potrà) ancora mettere a disposizione liquidità per lo sport di base.

Vorrei anche vivessimo in città capaci di mettere la cultura del movimento al centro delle proprie politiche, capaci di rispondere all’imminente emergenza impianti riscrivendo i modelli (feudali e anti-storici) dei bandi di concessione, dell’assegnazione delle palestre scolastiche, del recupero e dell’affidamento di aree dismesse e, a maggior ragione in questo momento, cambiando il paradigma di utilizzo di quelle risorse (che per esempio Torino possiede, eccome) che sono i parchi, i giardini, i fiumi, la collina per far sì che diventino luoghi sicuri, attrezzati, presidiati e capaci di far migliorare la qualità della vita dei suoi cittadini e generare risparmio. Ci sono aree dismesse (e dunque oggi costose) della città che con interventi minimi potrebbero diventare luoghi della salute, di relazione, inclusione e qualità della vita, ci sono parchi e fiumi che hanno segnato la storia di Torino e, soprattutto, c’è un esercito pacifico e competente di persone che non vede l’ora di potersi prendere cura di un pezzo di città e renderla più bella. Un esempio concreto di economia circolare, insomma, e di rispetto, cura affetto per il paesaggio cittadino.

Parlo di Torino perché quello è il pezzo di mondo in cui sono nato, ma spero che queste riflessioni possano allagarsi a tutte le città e i comuni del nostro meraviglioso e fragile Paese.

Fra sei-otto settimane arriverà un asteroide: bisogna scegliere se essere dinosauri oppure costruttori del nostro futuro, pensando e agendo come una squadra.

Mauro Berruto

 
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